Speech Mario Draghi: Premio Cavour 2016: Commemorazione

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Speech Mario Draghi: Premio Cavour 2016: Commemorazione


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Discorso di Mario Draghi, Presidente della BCE, in occasione del conferimento del Premio Cavour 2016,
Santena, 23 gennaio 2017

Sarà anche vero che “la storia non è magistra di niente che ci riguardi ” come ci ricorda Montale. Ma, nel ringraziarvi per questo prestigioso riconoscimento, reso ancora più illustre dalle figure dei premiati che mi hanno preceduto, nel ricordare alcuni tratti dell’opera di Cavour, evidenti appaiono le somiglianze tra gli accadimenti di quel tempo lontano e situazioni che hanno continuato a ripetersi nella storia d’Italia fino ai nostri giorni.

Difficoltà nell’adottare una forma di governo maggioritaria.

Già pochi anni dopo la sua morte improvvisa, nel giugno del 1861, Cavour iniziò a rappresentare un riferimento nel dibattito in atto nel paese, vuoi come nostalgia per un’Italia che avrebbe potuto essere e che senza di lui non fu, vuoi in termini critici, come una delle cause della nascita di un’Italia unita sulle ceneri di una possibile rivoluzione democratica. Ancora pochi anni fa, il “connubio” cavouriano è stato indicato come segno originario di una difficoltà strutturale del paese a convivere con una competizione politica fra schieramenti contrapposti nel quadro dell’alternanza al governo, se non addirittura come matrice primigenia di un segno trasformistico ricorrente nella storia italiana.

Specialmente quando la situazione è di diffusa instabilità, sia a livello nazionale, sia sul piano internazionale, è necessaria una conduzione che mantenga saldamente il potere di iniziativa politica. Ma essa guarda alla partecipazione di altre forze politiche e di altri governi come momenti di forza e non di sterile condivisione del potere.

Cavour agì in un contesto europeo improvvisamente destabilizzato dalle rivoluzioni del 1848 che avevano scardinato gli equilibri di potere definiti dal Congresso di Vienna dopo la caduta dell’impero napoleonico. Fu un periodo di turbolenta transizione, in cui per i protagonisti della politica europea si aprivano grandi opportunità congiunte a grandi rischi. Oggi siamo nuovamente in una fase storica in cui l’Europa è in movimento, dopo il dissolvimento del blocco sovietico, la riunificazione della Germania, gli effetti della crisi dei debiti sovrani nell’area dell’euro, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, le tensioni geopolitiche nell’Europa dell’Est. In termini diversi, oggi come allora potremmo dire che si è alla ricerca di una nuova stabilità.

Colpisce tutti, non solo gli storici, la maestria nell’utilizzare a vantaggio dell’Italia i vincoli e i condizionamenti sotto cui operò; non solo quelli internazionali, assai rilevanti per un leader di una potenza europea di secondo rango, ma anche quelli interni al variegato movimento risorgimentale. Erano infatti difficili anche i rapporti con i democratici italiani, fautori della repubblica e del suffragio universale e verso di lui diffidenti o ostili, che soprattutto disponevano di un sostegno nella pubblica opinione superiore al suo e di cui non poteva fare a meno. Seppe stimare con esattezza, conscio di quanto il loro appoggio fosse necessario, realizzando i compromessi indispensabili ma mantenendo nell’essenziale la guida dell’iniziativa politica.

La necessità di una cultura non provinciale.

Per aver successo questa strategia doveva poggiare su una cultura non provinciale. La sua fu europea, in misura del tutto inusuale per un politico italiano della sua epoca. Anche per ragioni di famiglia, come noto la madre era di origine ginevrina, nel periodo della sua formazione Cavour guardò al di là delle Alpi, soprattutto ai fermenti politici della Francia di Luigi Filippo e al mondo produttivo inglese. Tramite l’opera di Cavour, l’Europa trovò un canale importante per influire sulla cultura della classe dirigente del Piemonte sabaudo e successivamente dell’Italia unita.

Il progresso politico non è mai disgiunto da quello economico.

Il progresso dell’Europa era per Cavour quello dei liberali. In senso insieme politico ed economico, per cui “ il risorgimento politico non va mai disgiunto dal suo risorgimento economico. Un popolo governato da un benefico Principe che progredisce nelle vie della civiltà, deve di necessità progredire in ricchezza, in potenza materiale. Le condizioni dei due progressi sono identiche ”. (Cavour, Influenza delle riforme sulle condizioni economiche dell’Italia, Risorgimento, 15 dicembre 1847). Sotto l’aspetto più direttamente politico la libertà dei cittadini e l’unità nazionale erano per i liberali della razza di Cavour indissolubili; un nesso da cui origina fra l’altro quell’iscrizione “civium libertati patriae unitati” che venne posta cinquanta anni dopo l’Unità in cima al monumento a Vittorio Emanuele II a Roma. Nel suo programma economico, centrale fu l’impegno incessante per la riduzione delle barriere doganali (conseguita tramite una serie di trattati bilaterali) e per l’integrazione dei mercati, nella convinzione  non solo di principio ma maturata sulla base della sua approfondita esperienza di imprenditore agricolo  che la concorrenza fosse lo stimolo essenziale per elevare l’efficienza produttiva e promuovere il progresso tecnologico.

Pragmatismo e ideologia.

Egli fu in primo luogo un uomo di azione nel senso più alto, attento ai risultati concreti, proteso verso mete ambiziose ma allo stesso tempo realizzabili. Refrattario a ogni fondamentalismo dottrinario, da liberale assegnò allo Stato il compito di contribuire in misura essenziale alla creazione delle infrastrutture di comunicazione necessarie allo sviluppo, in primo luogo di quelle ferroviarie, all’epoca alla frontiera, se non simbolo stesso, del progresso tecnico. Nella stessa vena, difese il principio di un’assistenza ai poveri a carico dello Stato, nella misura in cui questa non erodeva gli incentivi dei lavoratori ad assumere un’occupazione. In ambito creditizio, rafforzò la Banca nazionale (originario ceppo da cui nacque successivamente la Banca d’Italia) con l’obiettivo di farne la base del sistema creditizio e la banca dello Stato. Vi riuscì solo in parte per le resistenze dei propugnatori del principio del liberismo puro favorevoli alla concorrenza fra gli istituti di emissione, fra cui il maggiore economista italiano dell’epoca, il siciliano Francesco Ferrara.

In questo contesto, suo obiettivo prioritario fu la realizzazione di riforme del sistema economico, diremmo, con il linguaggio di oggi, riforme strutturali.

Nelle condizioni arretrate in cui si trovava il Regno di Sardegna alla metà dell’Ottocento, non fu impresa semplice, anche per l’opposizione di un forte fronte conservatore. Lo aiutarono molto la cultura economica classica inglese e l’interesse per l’amministrazione, entrambe posseduti in dosi assolutamente fuori dal comune per gli intellettuali italiani dell’epoca, quasi tutti di vocazione letteraria e umanistica. Anche il suo linguaggio politico è da ricordare: agli “energumeni da comizio” egli opponeva parole che esaltavano la necessità della preparazione, della buona amministrazione come essenziali per ottenere i risultati voluti. Realizzò nel 1852 una radicale riforma dell’amministrazione finanziaria e della contabilità dello Stato, successivamente posta alla base della legislazione in questo ambito dell’ Italia unita.

L’Europa.

Fece suo l’obiettivo di un’Italia unita e indipendente soprattutto perché vedeva unità e indipendenza quali condizioni essenziali di progresso, di civiltà, ma anche perché solo un’Italia unita e indipendente avrebbe potuto affermare i propri valori in Europa e da questa trarre impulso di crescita. Un secolo dopo, finita la seconda guerra mondiale, quell’idea assunse una forma più compiuta e ambiziosa, evolvendo nell’obiettivo di un’unione economica e poi politica come approdo necessario della civiltà europea. La sollecitazione è stata allora ricercata nella decisione dell’Italia di partecipare al processo di integrazione, attraverso passaggi sempre più stringenti: la Comunità europea del carbone e dell’acciaio nel 1951, il mercato comune nel 1957, il mercato unico nel 1985, l’Unione economica e monetaria avviata a Maastricht nel 1992, l’adesione alla moneta unica nel 1998.

In una fase di instabilità del continente europeo, Cavour trovò proprio nell’Europa, nella connessa idea di progresso verso una forma superiore di civiltà così come la intendeva la visione liberale, un’àncora della sua azione per il rinnovamento del Regno di Sardegna e per l’unità dell’Italia. Proprio perché, da vero patriota, il suo amore per l’Italia era così forte e illuminato dall’intelligenza, esso non fece mai velo al suo giudizio: l’Italia aveva bisogno dell’Europa per crescere, per progredire, per ‘star meglio’. Un Paese che ha bisogno dell’Europa per conquistare la propria indipendenza e la propria unità a cui anelava da secoli senza successo, continuerà ad averne bisogno per affrontare le sfide che si porranno nel corso della sua esistenza. Ma a Cavour fu sempre chiaro che il rapporto con l’Europa sarebbe stato fertile se il Paese avesse appreso a progredire e a crescere anche da solo. Altrimenti, la sua stessa indipendenza sarebbe stata compromessa. Allora, come oggi, il rapporto con l’Europa era fondato sulla solidarietà derivante dal mutuo beneficio e sulla responsabilità degli stati nazionali indipendenti. In un contesto pur così diverso come quello attuale, la sua ispirazione, la sua maestria nel tenere conto con ambizioso realismo degli interessi delle forze in campo, la sua capacità di tenere unite le forze interne ed esterne al paese necessarie al conseguimento del proprio progetto, in definitiva il suo straordinario successo, sono, specialmente in questi giorni ricchi di richiami a cupi passati, una irresistibile fonte di ispirazione per chiunque, non solo in Italia, veda nella collaborazione internazionale l’unico modo di governare problemi che gli stati nazionali non riescono ormai da molto tempo a risolvere da soli.


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